L’aglio

Io ho vent’anni. Vivo a Roma, una città piena di vita, ma a volte ho sentito un vuoto che non saprei
spiegare davvero. Non è solo malinconia. È qualcosa di più sottile e profondo. È come camminare
in mezzo alla folla e avere la sensazione che nessuno ti veda. Non perché non ti guardino, ma
perché non c’è più un linguaggio per riconoscersi.
Sono cresciuto in un tempo in cui non esistono più fari. Nessun punto fermo. Nessuna figura che
dica: “è possibile vivere in un certo modo, con coraggio, con bellezza, con profondità, con un senso
che vada oltre il mero guadagno.”
La società che mi ha cresciuto mi ha dato mille possibilità, ma nessuna direzione. Mi ha offerto
strumenti, ma non significati. Rendendo la mia scoperta personale qualcosa di più simile ad un
viaggio per la salvezza che al ritrovamento.
E allora cosa resta?
Resta la solitudine. Quella vera. Quella esistenziale. Non l’assenza degli altri, ma l’assenza di un
legame autentico. Di un “noi”. Di un futuro che non sia solo personale ma comune.
Essere giovani oggi, in Europa, significa spesso sentirsi così.
A metà tra tutto e niente.
Connessi a tutto il mondo, ma scollegati da sé stessi.
Stimolati da mille input, ma incapaci di trovare un’intimità vera.
Con una libertà apparente che spesso è solo disorientamento.
II. L’Europa che connette e quella che divide
C’è un’Europa che abbiamo imparato ad amare nei libri e nei voli low cost.
È l’Europa delle frontiere aperte, dell’Erasmus, della possibilità concreta di spostarsi, incontrare, costruire,
vivere altrove.
Una generazione come la mia è cresciuta con la consapevolezza che il mondo è grande ma attraversabile, e
che in quell’attraversamento potremmo trovare noi stessi.
Abbiamo amici sparsi per il continente, abbiamo assaggiato lingue, luoghi, culture. E per un attimo ci siamo
illusi che fosse davvero così semplice essere europei.
Essere parte di qualcosa di comune.
poi, pian piano, ci siamo accorti che quella connessione era spesso solo di superficie.
Dietro l’apparenza del movimento manca una vera visione. Manca un’Europa che sappia parlare al cuore
delle nuove generazioni, Che dica: “Ecco chi siamo. Ecco in cosa crediamo. Ecco dove andiamo.”
Invece, l’Europa istituzionale sembra parlare un linguaggio tecnico, distante, fatto di bandi e regolamenti. Di
mercato.
Tutto è “mobilità”, “competitività”, “inclusione”, ma raramente si parla di sogni, di comunità, di identità
condivisa.
allora accade qualcosa di pericoloso: quando non c’è un ideale forte, si cercano scorciatoie,
E la più facile è il ritorno alle radici, alle appartenenze rigide, chiuse, nazionaliste.
In assenza di una leadership culturale ed emotiva, l’Europa diventa uno sfondo, non un centro.
I giovani, spesso, non si sentono rappresentati né ispirati.
La politica, che un tempo era motore e visione, oggi sembra un teatro vuoto, dove tutto gioca sulla tecnica
e sul compromesso, ma nessuno più accende il fuoco.
Ci sono iniziative, Progetti che cercano di avvicinare i popoli, di farli dialogare. Ma sono spesso timidi,
frammentati, o subordinati agli interessi economici.
Non si osa mai davvero il “mescolamento” profondo. Perché la verità è che abbiamo ancora paura dell’altro.
Di perdere il nostro piccolo sé.
Quello che manca non sono solo soldi o strumenti. Manca una narrazione. Un sentimento comune.
Qualcosa per cui valga la pena dire: “Sì, io sono parte di questo”.
III. La solitudine giovanile: un male silenzioso nel cuore dell’Europa
L’Europa, da secoli culla di cultura, arte e pensiero, si trova oggi ad affrontare un problema silenzioso ma
crescente: la solitudine giovanile. Un paradosso per un continente che ha dato vita a alcune delle più grandi
rivoluzioni culturali e sociali della storia. Eppure, nella società globale, tra opportunità di connessione e facili
comunicazioni, c’è un fenomeno che cresce in modo preoccupante: la solitudine. Un fenomeno che tocca da
vicino molti giovani.
Nel 2022, uno studio condotto dalla Commissione Europea ha rivelato dati allarmanti. Il 13% degli
intervistati ha dichiarato di sentirsi solo “la maggior parte o tutto il tempo” nelle quattro settimane
precedenti l’indagine, mentre il 35% ha riferito di sentirsi solo “almeno qualche volta”. Questi numeri sono
significativi, oltre che inquietanti, parlano di un vuoto che non può essere riempito con le cose superficiali e
immediate che la società sembra offrire.
cosa significa essere giovani e soli oggi in Europa?
La solitudine non è solo una condizione psicologica, è anche un fenomeno strutturale. L’etnia, il basso livello
di istruzione e la disoccupazione sono i principali fattori determinanti per la solitudine. I giovani che si
trovano in situazioni di fragilità economica e sociale sono maggiormente esposti a questo stato. Ma non
solo: l’ambiente in cui viviamo gioca un ruolo fondamentale. Chi ha accesso a spazi verdi, ad esempio, si
sente meno solo, poiche la qualità dell’ambiente urbano ha un impatto diretto sulla nostra condizione
emotiva. È un dato che deve far riflettere, perché dimostra come l’isolamento non sia solo un fatto
individuale, ma anche un problema collettivo legato a come sono progettate le città, a come sono
strutturate le nostre vite.
Vivendo da soli, il rischio di sentirsi soli aumenta considerevolmente. Il dato è chiaro: il vivere da soli è
associato a una maggiore probabilità di solitudine. Ma c’è una luce, una forma di speranza: vivere con un
partner riduce drasticamente il rischio di solitudine. La vicinanza, l’intimità e la condivisione quotidiana,
anche nella frenesia di una società che spinge all’individualismo, sono ancora tra le risorse più efficaci per
contrastare il distacco emotivo.
La solitudine giovanile, quindi, è una condizione che colpisce profondamente la nostra generazione, ma è
anche, in qualche modo, il prodotto di un sistema che ci ha insegnato a essere isolati. Viviamo in un’epoca di
connessioni virtuali, eppure sembra che questi legami non abbiano la capacità di andare in profondità, di
colmare i vuoti emotivi reali. Siamo costantemente connessi, ma più distanti che mai. La solitudine non è
solo un’assenza di contatti, è un’assenza di significato.
IV. Le iniziative dell’UE contro la solitudine: un’illusione di connessione?
Nonostante l’attenzione crescente verso il fenomeno della solitudine, l’Unione Europea ha messo in campo
diverse iniziative per affrontare questa problematica. Tuttavia, queste misure sembrano spesso non
rispondere ai bisogni reali della gioventù europea. Le iniziative sono generalmente indirizzate alle persone
anziane, creando una separazione tra le politiche per la solitudine e le esigenze dei giovani, che oggi sono
quelli più colpiti da questo malessere.
Alcuni degli interventi più noti includono:
Progetti di socializzazione per anziani: Programmi incentrati su attività sociali, come il “European Year for
Active Ageing”, che promuovono il coinvolgimento sociale degli individui in tarda etai.
Sostegno a iniziative per la salute mentale: L’UE ha avviato alcune iniziative destinate al miglioramento della
salute mentale, ma principalmente focalizzate sulle fasce più adulte della popolazione.
Progetti di connettività: L’EU ha finanziato alcune iniziative che favoriscono la connessione digitale per le
persone vulnerabili, con il presupposto che la tecnologia possa colmare il divario sociale. Tuttavia, queste
iniziative spesso non sono mirate in modo efficace ad affrontare la solitudine giovanile, la quale presenta
una natura diversa da quella degli anziani.
Il problema di queste politiche, però, è che non sembrano essere realmente in grado di parlare ai giovani.
Nonostante siano mosse da buone intenzioni, mancano di una struttura concreta per raggiungere le nuove
generazioni, specie in un contesto in cui i giovani sono sempre più esposti alla solitudine. I dati più recenti
parlano chiaro: oggi, la solitudine è principalmente un problema giovanile. La maggior parte degli interventi
pubblici si concentra su gruppi di popolazione più anziani, mentre i giovani vengono trascurati, nonostante
siano coloro che soffrono maggiormente l’isolamento emotivo e relazionale.
A questo riguardo, il TED Talk di Karen Dolva, nel 2018, evidenziava un punto cruciale: la tecnologia che
sviluppiamo, purtroppo, non è progettata per alleviare la solitudine, ma spesso per accrescere il divario tra
chi ha già gli strumenti per stare al passo con il mondo e chi non ce li ha. Karen Dolva ha lanciato un appello
a coloro che sviluppano queste tecnologie, sottolineando che sono loro a definire le regole con cui la società
si codifica. Senza che ce ne accorgiamo, ci ritroviamo a vivere in un mondo in cui chi è già “veloce” è
ulteriormente avvantaggiato, mentre chi è più “lento” è destinato a rimanere invisibile. È una questione di
equità e inclusione. Come sottolinea Dolva, la lentezza non dovrebbe essere sinonimo di invisibilità, ma la
società deve imparare a rallentare per essere più inclusiva, per aiutare davvero chi si sente lasciato indietro.
Per fare un passo in avanti, è necessaria un’inversione di mentalità. Non possiamo più trattare la solitudine
come un problema marginale. È necessario pensare e sviluppare soluzioni concrete che rispondano alle
esigenze delle persone più sole, specialmente quelle giovani. Non possiamo pensare che offrire un clic in più
o una connessione digitale possa risolvere la solitudine esistenziale di un giovane. Abbiamo bisogno di spazi
fisici e psicologici in cui la solitudine possa essere affrontata realmente, in cui le persone possano sentirsi
parte di un insieme.
In questo contesto, la tecnologia ha il potenziale per essere uno strumento di cambiamento, ma solo se
usata per costruire ponti, non per amplificare divisioni. La solitudine giovanile non è un problema che può
essere “codificato” in un’app o risolto con un algoritmo. Richiede, piuttosto, una riflessione profonda su
come vogliamo costruire una società che metta al centro il benessere collettivo, la connessione reale, e
soprattutto, la capacità di ascoltare chi si sente lasciato indietro.
V. La Solitudine come Atto di Coraggio
Siamo soli, ma non siamo soli ad esserlo. E forse da questa frattura può nascere qualcosa. Non una cura, ma
una lingua. Un modo nuovo di stare al mondo.
Visto il panorama che ci si presenta, essere giovani oggi non significa vivere nel mondo pieno di opportunità
che troppo spesso ci viene venduto. Essere giovani, oggi, significa resistere. Resistere a tante cose: a
un’assenza di direzione, a un’assenza di capisaldi istituzionali, e come nel caso della solitudine, vivere in
assenza di qualunque base emotiva.
In questa condizione di incertezze, la solitudine non è solo tristezza, è anche il simbolo di una generazione
che, pur nel silenzio della sua frustrazione, cerca un nuovo linguaggio, un nuovo modo di stare al mondo. se
possiamo definire qualcosa di positivo in questa solitudine, è che essa diventa per noi una forma di
resistenza. Non una resistenza contro qualcosa di esterno, ma contro un mondo che non ci parla più, che ci
ha privato di riferimenti e di modelli da seguire.
Non è un atto di disperazione, ma di coraggio. Coraggio nell’affrontare un mondo che sembra aver perso il
proprio centro, eppure, proprio in questo, nascono nuovi slanci. Perché vivere in assenza di basi emotive e
senza riferimenti forti richiede una forza straordinaria. È come camminare su un terreno incerto, sapendo
che nessuno ti dirà mai cosa fare, che non ci saranno mai risposte definitive o facili. Eppure, continuiamo a
camminare, nonostante tutto.
Questa generazione, scossa e completamente deturpata dalla mancanza di certezze, ha trovato in questo
vuoto qualcosa di ancora più vivido e forte. È un po’ rabbia, un po’ rivendicazione, ma è anche tanto,
tantissimo dolce. È lo sguardo di chi ti ama con severità, di chi ti guarda negli occhi e ti dice “sto cercando di
capirti, ma non so nemmeno io come fare”. È quella contraddizione di un cuore che batte, ma che ha
bisogno di ritrovare la sua direzione.
E anche se a volte, quando apriamo la bocca, diciamo qualcosa di crudo o di duro, sotto sotto, quello che
vogliamo dire è che ci crediamo ancora. Crediamo ancora che, nonostante la solitudine, nonostante le
difficoltà, ci sia un futuro possibile, un futuro in cui non saremo più soli, un futuro che dovremo costruire da
soli, ma che sarà finalmente nostro. forse, proprio da questa solitudine condivisa, potrà nascere una lingua,
una comunità di sguardi che si incrociano, pronti a ricostruire un mondo che ha perso la sua capacità di
ascoltare e accogliere.

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