L’aglio

Questo non è un articolo per dare risposte. È un tentativo di restare dentro a una domanda. La solitudine, il senso, il vuoto.

Sentiamo spesso dire che si è soli quando ci si sente abbandonati, estraniati da sé, non visti. E non solo quando la nostra è una condizione materiale di isolamento. Per quanto queste affermazioni possano risultare vere, ho sempre pensato che rischino di ridurre a “immagine”, quasi a un dipinto, una delle poche esperienze umane davvero in grado di cambiare il senso delle cose.

A volte si dice persino che la solitudine possa dare un senso, che sia solo attraverso di essa che possiamo capire chi siamo davvero, e come vogliamo tentare di affermarci in un mondo che, alla fine, pare avere ben poco da offrire.

Eppure oggi, la solitudine è una parola polarizzata: nei media, nella cultura pop, nei discorsi pubblici. O viene esaltata come la cura di tutti i mali, o demonizzata come la più grande delle condanne, qualcosa di alienante, che ci fa sentire “estranei” persino all’idea di normalità.

Ma io credo che la solitudine con la “normalità” abbia ben poco a che spartire, almeno se per solitudine intendiamo quel sentimento radicale e silenzioso che nasce dalla paura di affermare sé stessi in una società profondamente malata.

Se restiamo incastrati in queste semplificazioni, non arriveremo mai a comprendere davvero questo fenomeno, che – a mio parere – è il più complesso della nostra epoca contemporanea. Forse per capire la solitudine bisogna andare al midollo, semplificare, ma nel modo giusto: cercando i suoi tratti essenziali.

Forse la solitudine è non sentirsi visti.

Ma attenzione: “essere visti” in una società infetta nei suoi dogmi, profondamente paradossale e cinica, non ha nulla a che fare con lo sguardo autentico che ogni essere umano desidera. Essere visti, oggi, è spesso essere riconosciuti solo se si rientra in certi canoni, certi standard.

Io credo – e lo dico con tutta la soggettività di chi scrive senza pretese accademiche – che questa sia l’epoca più sola della storia.

Non ho dati scientifici per affermarlo, ma ho l’intuizione, quasi la certezza, che questa è la prima epoca in cui il nostro “non essere” come gli altri vorrebbero ci condanna automaticamente alla solitudine.

Siamo come piante che non hanno un terreno dove crescere, eppure cercano comunque di sbocciare.

Con la sottile, crudele differenza che noi piante non siamo, e che sentirsi “al passo con il mondo” non è solo una pretesa borghese, ma un desiderio umano legittimo e ragionevole.

Ecco perché la solitudine ci toglie il senso.

Quel senso che, per secoli, abbiamo faticosamente provato a costruire, pur sapendo che era tutto profondamente illusorio.

Il senso come farmaco, come placebo per resistere.

La solitudine riesce a toglierci anche quello:

le medicine, i giocattoli, le illusioni che ci facevano compagnia.

Ci manda a letto senza mangiare.

Per questo la solitudine non è solo uno stato d’animo, ma forse il più grande dei veleni contemporanei.

Forse l’unica via per sopravvivere a questo veleno sta in quel tempo lento ma necessario in cui, senza clamore, cominci davvero a diventare te stesso.

Non per forza guarito. Ma almeno vivo, come una pianta che, nonostante poggi su di un terreno sterile, prova comunque a fiorire.

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