L’aglio

Un opinione di Gabriel De Meo

A volte mi domando qual è il valore della bellezza oggi, prendo per esempio un vecchio modello estetico che mi aggrada, un Paul Newman, o un Marlon Brando. Penso ad un uomo del genere oggi, che funzione avrebbe la sua bellezza nel nostro sistema?

Si sente spesso parlare di bellezza, ne siamo ossessionati. La bellezza è sempre stata storicamente accreditata come un “valore” ma solamente oggi è un parametro che pare utile solo in termini di mercato. “Termini di mercato” un’espressione raccapricciante che però sento come sempre più vera, infatti il più delle volte che penso a l’amore finisco a rivederlo in immagini e non più sensazioni. E quindi, per parlare della bellezza, bisogna rintracciarla anche nel suo lato di immagine d’amore.

L’amore oggi è un immaginario complesso di luoghi, parvenze di emozioni e di archetipi: questa è la fine della bellezza nella società del consumo, quella di divenire caratteristica dell’archetipo. L’amore non è morto con la società dell’immagine, ma si è dovuto nascondere, e mi permetto di indagare brevemente sul come questo sia accaduto.

Nel sistema attuale, quello Capitalista e di consumo, l’individuo è costretto ad abituarsi ad esigenze di mercato sempre più specifiche e sempre più invadenti. Se una volta la giornata lavorativa finiva e si era liberi, oggi sembra che il tentacolo del “mercato” ci sia appiccicato anche nel tempo libero. Il lavoro è anche l’immagine che costruiamo e manteniamo. La società dell’immagine si fonda su un gioco di parti, può funzionare unicamente se tutti vi partecipano rispettando una regola di funzioni che si devono mostrare; si rispettano dei limiti non sempre sensati, con il dogma interno che romperli possa portarci all’esclusione dal gioco stesso.

Il gioco di cui parlo è molto chiaro: Se come detto prima il lavoro oggi è anche immagine, in quanto il lavoro è competitivo e non ammette sbagli, allora l’immagine va esercitata costantemente e non solo dai pochi vanitosi, ma anche dai meno curanti dell’idea di se. Non è una regola a tutte le persone, e chiunque ne è toccato in modo diverso, ma una cosa è certa ovvero che tutti in un qualche modo partecipiamo o abbiamo partecipato al gioco. L’individuo e la collettività sono soggetti all’Economia di un paese, nel senso in cui la distribuzione di risorse e la gestione dei beni influenza il pensiero collettivo e individuale. Un mondo di perenne paranoia ed incertezza economica, è un mondo che conduce l’individuo ad un rifugio nell’immagine più sicura e confortevole. Noi rivediamo questa immagine negli archetipi più comuni e nelle mode, o anche nei comportamenti ripetitivi delle masse, come un orologio svizzero la collettività si adatta al bisogno di sopravvivere, e se la sopravvivenza dipende dalla partecipazione al gioco, allora ci si adatta al gioco.

L’elettrico bisogno di curare l’immagine ha anche degli aspetti storici interessanti: basti pensare ai cosiddetti Dandy, o all’arte che proprio indaga sulla bellezza imitandola e ricreandola.

Ma la bellezza nella nostra società è solo una fuga dall’incertezza, nel gran terrore di un mercato che lascia indietro, la società dell’immagine si pone a recitare un ruolo solamente per paura di non stare su quel palco. Fuori dal palco della società dell’immagine vi è la disperazione: non c’è una risposta né una rappresentanza per coloro che nei costumi scelti per questo spettacolo, non vi si rivedono. Scaturisce così una visione dell’amore che non ha solamente un immaginario personale o magari folkloristico ma un amore performante in termini di un immaginario sempre in evoluzione, e che comprende un idea di bellezza ulteriormente commercializzata.

Se la bellezza e tutto ciò che è bello è valore di mercato, sempre sul ghiaccio sottile di finire fuori tendenza, allora l’amore stesso, che ingloba la bellezza, è sul filo del rasoio. L’atteggiamento rilassato che provoca l’amore rischia così di trasformarsi in un nevrotico domandarsi sul sentimento stesso e l’immagine di esso.

La riflessione sull’immagine è ciò che denomina poi la Società dell’immagine, che per chiarezza: non necessariamente i partecipanti di una società sono tutti influenzati in egual modo, ma tutti sono contagiati dalle negatività di essa. Perché la condivisione di una società con altri, ed i loro costumi, comporta ovviamente un grado anche scarso di influenza da parte di essa.

La società dell’immagine è interessata all’immagine solo per un senso di profonda paura verso sé stessa, non ha interesse sincero verso il bello in quanto non ne ricaverebbe niente, ma ha interesse profondo verso ciò che attrae e ciò che guadagna. “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”.

Nonostante si possa dire che la bellezza nei termini umani è cambiata nei secoli e millenni, bisogna riconoscere come la bellezza abbia perso la sua finalità intrinseca: quella di esistere come bellezza, e non come altro. Che sia un meraviglioso viso nato per un semplice caso genetico, o il duro lavoro di una vita, la bellezza nei termini di mercato è utile solamente se tradotta nell’archetipo della bellezza stessa. Oggi un Paul Newman per quanto bello, forse finirebbe in un archetipo banale di mercato, “Un attore, di bell’aspetto e innovatore” “Un americano selvaggio dai vari sogni”. Quindi non solo è mercato ciò che traduciamo in denaro, ma il nostro corpo e l’archetipo che mostriamo: vi è un valore sovrastrutturale legato alla nostra immagine, e siamo un bene di mercato. Non vi sarebbe più nessuna lettura di quel volto, solamente una rapida impressione ed uno slogan. Oggi la polarizzazione dell’individuo non è più una ribellione ai modelli precedenti, ma una fuga dall’eventualità del non-archetipo, ci si modella per assomigliare ad un archetipo, si cade nella prevedibilità e forse la si cerca pure, perché il gran terrore è quello che uscendo dalla logica dell’immagine si possa rimanere esclusi. Ma la chiave a questa gabbia forse esiste: tutto questo è falso, la società dell’immagine esiste solamente perché vi si partecipa. Strumenti come i Mass Media rendono impossibile non interagirci, ma è possibile non alimentarla. Nella tradizione accademica europea, quella che ha fondamenti anche marxisti, si ritrova traccia del nostro pensiero nelle nostre condizioni materiali. Con ciò, è intuibile che almeno nel panorama Occidentale si potrebbe muoversi sul perimetro di questo gioco, capendo le condizioni materiali che portano al gioco stesso e rendendosi conto che esse non sono imprescindibili, ma solo figlie di un sistema.

Si pensa che, fuori da un sistema, non vi sia altro. Che una vita dove la bellezza e le cose esistano per esistere non possa esservi. Ma questa vita è già stata e sarà di nuovo. L’archetipo deve rimanere nei libri, nei film, e soprattutto non deve attirarci nella sua gabbia per paura che fuori d’essa non ci sia nessuno.

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