L’aglio

di Simone Guglielmi

Marta si accorse di star perdendo il suo italiano proprio mentre parlava con sua madre.

La stava chiamando per dirle che, quel Natale, avrebbe fatto fatica a tornare, e che probabilmente la famiglia avrebbe dovuto fare a meno della sua presenza.

Ormai sognava in ceco. Parlava con i colleghi in inglese.

“Non parlo strano,” continuava a ripetere.

Eppure era evidente, persino a sé stessa, quella che una volta era la sua lingua madre non era più la via immediata che il suo cervello sceglieva per dare forma ai pensieri.

Tre anni a Praga l’avevano cambiata in modi che neanche lei avrebbe potuto immaginare.

David odiava i turisti che si innamoravano di Praga.

Era uno scrittore. Un intellettuale anche rispettato — forse da tutti, tranne che da se stesso.

Cinico, disilluso. Uno che non credeva più nel potere della parola, almeno non come mezzo per cambiare la propria realtà.

Ogni volta che scriveva un articolo, sembrava una provocazione verso chi continuava a vedere la sua città come una cartolina.

Un’illusione lucida e patinata, lontana dalla verità.

Eppure, proprio lui, quel giorno alle poste, si ritrovò a osservare una ragazza imprecare in tre lingue diverse.

Qualcosa, dentro, si accese.

— “Problemi con la burocrazia?” disse in inglese, con tono ironico.

— “Problemi con tutto,” rispose lei, quasi scusandosi di quella risposta ibrida, in un linguaggio che non sentiva più suo, ma che era proprio ciò che spinse l’uomo a rivolgerle lo sguardo — e la parola.

Fu così che i due fecero amicizia quasi senza volerlo.

Si incontrarono molte volte, quasi sempre per caso.

Nessuno dei due proponeva mai di vedersi di nuovo.

Marta diceva che David viveva fuori dal tempo.

Lui le rispondeva che lei stava solo cercando una lingua che ancora non esisteva,

ma che — se avesse continuato così — ce l’avrebbe fatta a breve.

“Ogni volta che mi parli, questa tua nuova lingua prende forma.”

Le lingue si muovevano dentro di loro come fenomeni misteriosi.

Come il destino, che continuava a farli incontrare per caso, sempre al limite del non-limite.

Sembrava quasi che qualcuno, da fuori, avesse architettato tutto per farne un esperimento antropologico.

— “Ieri ho sognato mia nonna,” gli raccontò Marta una volta.

— “Nel sogno io parlavo ceco e lei mi rispondeva in un triestino ruvido. Eppure ci capivamo perfettamente.”

David la interruppe, come se la frase le si fosse già scritta in testa.

— “Secondo me, in fondo, le lingue non esistono. E se esistono, sono solo il modo più efficiente che abbiamo trovato per dire quello che non sappiamo comunicare davvero.”

Non erano campioni nella comunicazione, questo era chiaro.

Ma i loro incontri continuarono, settimana dopo settimana, con il tacito accordo di decifrare quel codice nascente: una lingua segreta, fragile, che sembrava voler nascere tra loro.

Una lingua fatta di pause, sguardi, fraintendimenti teneri, sfumature.

Una lingua che nessuno dei due avrebbe mai saputo insegnare a qualcun altro.

Ma giorno dopo giorno, un pensiero si faceva strada, silenzioso:

È possibile costruire un linguaggio con qualcuno solo quando ci si guarda negli occhi?

C’erano giorni in cui non parlavano affatto.

Camminavano insieme, lei con le mani in tasca, lui con lo sguardo distratto ma attento a ogni respiro.

I loro silenzi erano lunghi e abitati.

La loro lingua viveva soprattutto lì, non solo nelle parole.

Quando Marta ricevette un’offerta di lavoro da Milano, non lo disse subito a David.

Trascorse giorni interi a cercare un modo per tradurre quella notizia nella lingua che avevano costruito.

Non era semplice. Nessuna delle sue tre lingue sembrava adatta.

— “Lo so,” le disse David all’improvviso. “L’ho capito dal fatto che non correggi più il mio inglese con quell’aria saccente.”

Lei sorrise.

— “Non è per sempre.”

— “Tranquilla. Alcune lingue sono fatte per esistere solo per un periodo limitato. Come i dialetti, che muoiono quando muore l’ultima persona che li parla.”

Si salutarono. Forse in ceco, forse in italiano.

Molto più probabilmente, nella loro lingua.

Una lingua che sarebbe morta poco dopo.

Ma alcune lingue madri nascono proprio per morire presto.

E prima di farlo, ti insegnano cosa significa davvero capirsi.


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Una risposta a ““La lingua madre” di Simone Guglielmi”

  1. Avatar Diego Battista
    Diego Battista

    Bell’articolo

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