L’aglio

Ninetta cara,

anche oggi ti scrivo, come ormai da mesi, per raccontarti cosa accade nel mondo esterno da questa finestrella.

Stamane ho deciso di preparare un buon caffè, il cui sapore è assente al mio palato da anni. Ricordo che l’ultimo lo presi proprio con te, Ninetta, al nostro solito bar, quello situato verso la via del centro. Ricordo: maggio, l’odor del gelsomino che aleggiava nell’aria e si annidava dolcemente nelle tua sensibili narici; rispondevi ad egli con dei delicati starnuti, nascosti nel palmo della tua dolce mano sinistra; e quel sole completamente nudo, galleggiava nel cielo azzurro, illuminando quel tuo bel viso e quei tuoi dolci lineamenti. Davanti a me è vivo il ricordo di quella giornata, passata lentamente a parlare, dialogare, guardarci, amarci. E quella lentezza attraversava il mio spirito e potei finalmente dire: sto bene. Ma ricordar tutto questo a quanto pare mi viene facile, eppure il sapore di quel caffè faccio proprio fatica a farmelo tornare alla mente. Che ironia! Tanto posso dire su sensazioni e pensieri profondi, ma assolutamente niente rispetto al sapore di un semplicissimo caffè. Perdonami Ninetta, mi sono fatto trascinare dai ricordi. Ma ora mi siedo, mi accomodo e ti faccio guardare quello che accade tra noi vivi.

Oggi il sole non è disturbato da qualche nuvola, anzi è completamente da solo ed irradia alla perfezione la nostra vietta, qui davanti alla finestrella. Di vita umana ormai non se ne ha traccia più, ma questa luce mi illude e mi riporta a nascondermi dietro qualche ricordo lontano, ricordi di vita umana insomma. Oggi, come puoi ben vedere Ninetta bella, la natura si è quasi addentrata nelle finestrelle dei nostri vicini. Ha fatto molta strada questa notte. I rampicanti vogliono irrompere nelle case ormai vuote, forse solo per curiosità. Oggi mi sembran vogliano sbirciare dentro l’appartamento dell’ingegner Gorghi, che tanto gliene disse alla natura. Ricordo che un giorno lo incontrai per strada e ci tenne a farmi sapere la sua opinione rispetto a quel parchetto che il Comune provò a costruire: “cementare, cementare! Al diavolo l’erbetta e i fiorellini! Domammo la natura secoli fa, come può ora l’uomo assopirsi all’ombra d’un albero? Quando morirò, tutti lo debban sapere: seppellitemi in un cubo di cemento, lontano da questa impurezza verde!”. Ora la natura vuol sbirciare nella vita privata dell’ingegner Gorghi, mentre egli, dopo aver contratto la fatale malattia, invece di urlare e sbraitare, giace all’uscio del giardino della professoressa Bellocchi. Eccolo Ninetta mia, lo vedi? Ormai l’erbetta ed i fiorellini lo hanno avvolto del tutto, le api gli si poggiano sulle dita, sul viso, appisolandosi con lui che ancor respira un’aria stanca. Che ironia! Alla fine non solo non può morire, ma si ritrova a giacere in natura! 

Perdona Ninetta! Ho finalmente ricordato dove avevo messo le mie sigarette. Lo sai? Guardando l’ingegnere, i miei occhi si sono concentrati a guardare la sua giacca di pelle, ormai tutta sgualcita. Eppure il mio cervellino, ancora funzionante per fortuna, mi ha piombato il ricordo della scorsa sera: andai a fumare nel giardino nostro e misi il pacchetto nella tasca interna della mia giacca di pelle, per fortuna non sgualcita. Ninetta mia, vado a fumare questa sigaretta che da stamane non ho ancora dato nemmeno un tiro! Torno subito amore mio.

Un felino! Ninetta mia ho sentito il miagolio di un gatto mentre fumavo: quanta dolcezza! Vieni Ninetta, dammi una mano a trovarlo! Tu lo vedi? L’ho sentito miagolare verso la vecchia auto della famiglia Poliamoni. Ninetta ti giuro! Ho sentito il miagolio di un gattino in quella direzione! Eccolo, eccolo! Che bel micio, che bel micio! Sta camminando tutto tronfio ed elegante con un uccellino tra le fauci, il cui sangue goccia ancora, macchiando l’asfalto. Ed ecco che ora si è seduto! Il micetto è seduto proprio vicino l’ingegner Gorghi. Ora sta mangiando la preda, e come è fiero! Il suo pelo è ramato come i capelli tuoi, ma sull’orecchio destro e sulla punta della folta coda ha delle macchiette bianche panna. I suoi occhi mi parono gialli, o azzurri? Oh che scoperta Ninetta! Uno è giallo ed uno azzurro! Che bel micio Ninetta mia! Che bella scoperta! 

Eppur mi chiedo se a te piacessero i micetti Ninetta, ti piacevano? Che disgrazia il tempo! sto cominciando a scordare molti dettagli e particolari di te. Il tempo dovrebbe curare, ma a me fa l’effetto contrario! Il tempo fa dimenticare, inganna i ricordi, macchia la memoria: tutto ciò che io non voglio! Ninetta bella, come posso scordarmi di te? 

“Divago, divago

ed il ricordo allago.

Divaghi, divaghi

ma che il tempo di ripaghi!”

Me lo diceva sempre mio nonno quando ero ragazzo. E mi chiedo, a questo punto, in che modo  il tempo mi stia ripagando, dato che dall’inizio della fatale malattia esso passa lentamente, portando alla porta nuovi ospiti, tra cui malinconia, tristezza, nostalgia. Tutte emozioni che non svaniscono, ma si rafforzano, col tempo! Questo non è ironico Ninetta mia, e mi si stringe il cuore. Piango Ninetta, piango ti prego non guardare Ninetta.

Ninetta mia, perdonami di nuovo, ma le lacrime dovevan pur uscire arrivati ad un certo punto. Ancor non piansi la tua scomparsa, ancor non piansi la tua morte, ancor non piansi questa maledetta fatale malattia. Ho trattenuto così tanto, Ninetta mia! Non hai idea. Ancora non mi è chiaro cosa dovrebbe essere tale “fatale malattia”, nemmeno il nome conosco, né i sintomi, tanto meno come si contrae! Alla televisione dissero che tale malattia portava noi esseri umani a mutare in qualcosa che “va al di là della nostra attuale conoscenza scientifica” citando testualmente. Basta che chi ha già contratto la fatale malattia, morda, graffi o sputi addosso ad uno sano per far sì che quest’ultimo si trasformi. Ricordo quando tu tornasti, Ninetta bella, con un graffio sul braccio destro, e piangemmo Ninetta, come piangemmo quella notte. Decidesti di andare via, prima che ti trasformassi, lasciandomi da solo alla finestrella. Sono passati tanti mesi Ninetta, ma tu ancora non sei tornata. Con te, piano piano stanno andando via tutti i ricordi, tutte le emozioni: sta andando via tutto. L’essere umano è sparito da quando tu hai abbandonato questa nostra casetta. Oh Ninetta! Mi manchi! E io piango Ninetta, piango! Ho paura, perché non sei qui! Torna da me, Ninetta bella! 

Il tempo passa, ed io fossilizzo, 

Il tempo passa, ed io resto solo.

Nemmeno il ricordo mi fa più compagnia,

il tuo viso mi appare strano, deformato;

se potessi rintanarmi in un momento, lo farei,

se potessi appisolarmi in un ricordo, lo farei,

se potessi rannicchiarmi vicino a te, lo farei

ma non si può.

L’impotenza, annichilisce,

ammazza.

Costruire nuovi ricordi, ma con chi?

Costruire nuovi rifugi, ma per chi?

Se questo mare di cielo

e questo cielo di mare 

non s’ha da condividersi con qualcuno,

spiegatemi Voi, che senso ha tutto ciò?

Ninetta mia, forse io un senso alla vita non posso più darlo. Sono mesi che provo e provo e provo, e scrivo, scrivo, scrivo. Guardo fuori dalla finestrella, cerco di portarti in vita facendoti guardare come il mondo continua ad andare avanti senza di te, senza di me. Eppure, in tutti questi mesi non ho trovato un senso in niente. Senza fatale malattia, sarei andato avanti, forse illudendomi, stimolandomi, facendo: vivendo! Ma tutto è fermo, immobile, ghiacciato. “Eppur si muove” dannazione! Questa vita non ha più sbocchi, non ha niente. Almeno la mia di vita. Quel gatto sta continuando a mangiare: fortunato! Non può pensare, non si accorge, non prova. Io sì. 

Ninetta mia, ti voglio raggiungere, 

dolcemente addormentarmi, 

sapendo che al risveglio, il capo poggerà sulle tue morbide gambe, 

sapendo che al risveglio, le tue dita passeranno tra i miei capelli, 

sapendo che al risveglio sarò 

morto.

Luca Mariani.

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