L’aglio

Di Simone Guglielmi.

Era una notte tempestosa in quel piccolo paese arroccato tra le montagne, finestra sul mare. Tutti si davano un gran da fare, il vociare era assordante: valigie da chiudere, biglietti che non si trovavano.

Ma per Sofia era diverso.

Non si muoveva da ore. Aveva lo sguardo vivo, ma fisso, serio.

Scrutava l’orizzonte dalla sua finestra, guardava lontano come se quel paesaggio di pura bellezza potesse donarle una risposta a ciò che la tormentava.

Perché tornare?

Un quaderno bianco, vuoto come la neve, giaceva davanti a lei con su scritta questa domanda. In quel piccolo paese era riuscita a diventare qualcun altro. Non più una persona schiacciata dai “dovresti” o dalle aspettative. Sofia, guardando le persone del posto, pensava di aver trovato qualcuno che riflettesse il suo valore. Qualcuno che potesse davvero valorizzarla.

Un amore non romantico, ma forte e duraturo come una vita intera.

La chiamavano la bella silenziosa, perché ogni giorno — in piazza o al mare — leggeva instancabilmente, un libro diverso, senza emettere un fiato. Una fotografia vivente di uno splendore sussurrato.

Sofia sapeva anche ridere, in mezzo alla gente, forte, come si fa da dove veniva. Lì, nessuno chiedeva che lavoro facesse, quali responsabilità avesse, se avesse un fidanzato.

Lì, per tutti — e per sé — Sofia era soltanto un’anima pura, libera da ogni peso. Qualcuno di diverso, forse.

Ma in quella diversità, aveva scoperto che anche cose come la solitudine si possono guardare in faccia.

Sofia cantava. A casa da sola. Qui, in mezzo alla folla. Non era facile spiegare il perché. Eppure, era come se non scegliesse di farlo. Non si sentiva costretta. Era pura libertà.

Una notte, da ubriaca, si lanciò in una performance squilibrata di Vienna, di Billy Joel — la canzone che più l’aveva segnata, per la malinconia e la dolcezza che la attraversavano. Tratti comuni alla canzone, quanto a lei. Dopo aver cantato, seguì un grande applauso.E proprio mentre si riposava in disparte, Maria — la signora dell’alimentari — si avvicinò e disse semplicemente:

“Bella. Molto bella.”

Non sapremo mai se si riferisse a Sofia, o alla sua voce, o a entrambe. Ma la forza di quel paese nasceva e moriva in quel delicato mistero. Sofia si era sentita svenire.

Il temporale si placò all’alba. Non aveva chiuso occhio — lei, che di solito aveva più bisogno di dormire di chiunque altro al mondo. Sofia era ancora alla finestra, il quaderno bianco davanti a sé come una sfida silenziosa. Non aveva scritto una parola. Si alzò e andò allo specchio rovinato appeso alla parete. Il riflesso che la guardava aveva un bagliore negli occhi che ormai conosceva bene. Lo stesso che aveva quando leggeva in piazza, libera, quando cantava in mezzo agli sconosciuti. Il coraggio di chi si permette di essere amato. E, allo stesso tempo, ama il presente.

Si affacciò. Maria, la signora dell’alimentari, stava aprendo il negozio come ogni mattina. Sofia le fece un cenno visibile. Maria ricambiò con uno sguardo incantato. Quel gesto, così semplice e spontaneo, la fece quasi piangere.

Chiuse la finestra. Era ora di andare.

Guardò la valigia sul letto: pareva enorme, molto più di quanto davvero contenesse.

Prese il quaderno, lo fissò. Non scrisse nulla.

La sua purezza non se n’era andata. La neve non si era sciolta.

Così com’era — senza risposta , lo mise in valigia. Uscì dalla stanza senza dire una parola, senza sentimentalismi. Il proprietario dell’albergo non disse nulla: sapeva che, in certi momenti, è meglio così. Sorrise. Un sorriso non guasta mai, pensò.

Una volta fuori, accelerò il passo verso la fermata. Accelerò sempre di più, e mentre quasi correva, attirò l’attenzione grossolana di chi lavorava o giocava nella piazza. C’era tutto, in quella camminata. Ma se una cosa era certa, era la voglia di mandare tutto all’aria. Di girarsi. Di fermarsi. E restare lì. “La bella silenziosa” per sempre. Che esiste, canta e legge, senza bisogno di spiegazioni.

Camminò sempre più veloce. Finché non andò a sbattere contro qualcosa. Si fece male. Non se ne era accorta. Davanti a lei, ancora una volta, Maria. Si rialzò con il suo aiuto. La guardò negli occhi. E scoppiò in un pianto profondo, breve ma potentissimo. Come gli acquazzoni estivi.

L’autobus arrivò puntuale. Sofia salì e si sedette accanto al finestrino. Mentre il paese si allontanava, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Nell’aria c’era ancora il profumo del mare. E lei se lo portò dentro, come un segreto. Aveva capito che la bellezza non si lascia in un posto. Si porta con sé, ovunque si vada. E lei, per la prima volta, sapeva di averla davvero con sé.

Il problema non era la paura. Il problema era fare le cose nonostante essa.

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