L’aglio

Tre notti di puro silenzio, faccio di tutto per non sentire la voglia di pensare, la testa di sicuro non diventa mai più leggera anche se a volte mi fissa muta. Chi fa fatica a non appesantirsi è lo stomaco, sdraiata sul mio letto con le coperte azzurre mi accarezzo la pancia come se mi desse sollievo, un lampo, un pensiero, se ci entrassi dentro? Se riuscissi a prendermi per le budella e tirarmi fuori da me? A quel punto sarei più leggera? La bile nera al buio non la vedo ma ne sento il tanfo. La puzza dei miei pensieri rimesti è come quella degli asciugamani umidi, la sento ogni volta che ripenso a cosa avrei potuto fare. Mi crogiolo nel frattempo nel puzzo della paranoia e mi ripeto che il buio che io voglia o no mi appartiene, lo tengo fra le mani insieme a quel mio stomaco debole che piano si ritorce su sè stesso, averlo afferrato non basta lo dovrei punire. Capisco a quel punto che il buio non mi può per forza di cose spettare, quale mentecatto penserebbe mai di poter avere controllo ? o meglio…controllo su qualcosa che non puoi toccare…Mi alzo da sopra il mio miserabile culo ed inizio a cercare di prendere in quell’oscurità qualcosa che non c’è, penso allora che non riuscirò ad afferrare nulla se ho ancora le mani occupate, del resto stringo ancora come frattaglie di animale il mio apparato digerente. Lo rimetto apposto ed il peso ritorna, mi scordo la precedente voglia di voler inseguire tale fantomatico buio. Di nuovo il peso appare e a questo punto le viscere libere di muoversi dentro di me si mordono e si accarezzano, le vedo scuotersi e ballano sussultando, iniziano a mangiarsi a vicenda, in un secondo mi piego ho la schiena rotta dal dolore, si contorcono dentro di me salgono fino al cuore e pompando cade giù fin sotto i piedi, giù fin sotto terra, giù fuori dall’universo, fuori dalla mia giurisdizione. Non capisco se lo sento al punto da volerlo far sparire o se voglio di più da quel fiato mozzato, c’è un certo piacere nel soffrire, nel lasciarsi piangere abbandonati ad un corpo che viaggia fuori da sè. Il sollievo dell’abbandonarsi allo sfogo del troppo sentire, il vapore caldo di una doccia in un bagno senza finestra in piena estate, quella piccola nausea quando si ha troppa troppa fame, i muscoli intorpiditi dopo una lunga corsa: sono tutti figli dello stesso padre. Mi hanno detto che tirare fuori i malumori fa bene, evita le rughe d’espressione, nessuno vuole avere a che fare con un salice piangente, emanare calore, essere parte del sole è quello che dovremmo essere. Eppure non riesco a rinunciare ancora a quei figli malati del santo padre, li ha donati per dare valore alla fatica ma sono così brutti da vedere, brutti quasi quanto la sensazione di amare più qualcuno di quanto non si ami la propria ombra, o brutti quanto la mia bile una volta accesa la luce. Rimane spento per ora il lume ancora non voglio uscire, voglio sentire levarmi il respiro dalla bocca ancora per un po’, sul ciglio del letto quasi cado sono esausta, a testa in giù inizio a capire che questi figli dannati sono il frutto di scariche d’aria compressa su di un petto impreparato a doversi prendere meno sul serio. Un povero stronzo viziato. Ridi. Piangi. Dormi. Fai quello che vuoi.La verità è che questi sono solo pensieri pretenziosi,la verità è che questi sono solo pensieri pretenziosi,la verità è che questi sono solo pensieri pretenziosi, quanto me.

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