Gabriel De Meo

Io odio il termine “anormale”, odio le sue implicazioni e ne odio ancor di più l’agilità con la quale s’evolve nella sua fame di esclusione. Fin da quando siamo bambini, ci è insegnato un modello di normalità da seguire, una rigidità sociale più o meno ampia che possa servirci come “modello” di atteggiamenti per la vita. Non necessariamente parlo di un modello di valori, o di costume da seguire ed imitare, ma di un riferimento su cosa fare e non fare per essere non-esclusi dal nostro sistema. Non esiste un preciso archetipo di normalità, né un archetipo preciso di anormalità, ma esiste una parola; normale, ed un suo opposto; anormale, che hanno una funzione precisa nel delineare un confine tra ciò che tolleriamo e in cui vogliamo identificarci e con ciò che non possiamo tollerare. Chiaramente questo “noi” è esteso ad una società di cui facciamo parte ed un sistema a cui attivamente partecipiamo, ed in qualche modo “siamo”.

L’improvviso problema che trovo infatti con la “normalità” è che essa, per quanto possa ben nascondersi dietro le spoglie del “comune” e della semplice familiarità, è invece un’arrogante insieme di archetipi tollerabili e già-categorizzati in quella che è la nostra realtà sociale. Quando parlo di archetipi parlo di immaginari che non sono solo familiarizzati, ma processati precedentemente come “innocui” e di conseguenza tollerati e integrati. E’, in sostanza, tutto ciò che è tollerabile perché in primo luogo noto e non estraneo a noi, perché commercializzabile e necessario alle funzioni di mercato e tutto ciò che fa in qualche modo parte di un sistema senza intaccarlo.

Il primo punto parla da sé, la non famigliarità è un sentimento naturale e appunto primitivo, inevitabile, il non riconoscersi anche in un qualcosa, successivamente all’esposizione, è anche esso un fenomeno osservabile in chiunque. Prendere le distanze da ciò che non si vuole avere affianco, ugualmente.Il secondo punto fa riferimento in particolare all’utilizzo dell’anormalità per fini commerciali, un procedimento ingordo della macchina capitalista per la quale un certo numero di anomalie (e quindi tutta la mole di anormalità presente in più individui) viene inglobato nella “normalità” e reso parte integrante di essa. Un esempio lampante è il riciclo delle sotto-culture; spesso nate dal sentimento di più individui di condividere le proprie divergenze dalla “norma” per poi divenire parte integrante di quella norma, assorbendone anche l’arroganza e il sentimento intrinsecamente ostile che caratterizza la compra-vendita di usi e costumi. Di fatto, le sotto-culture sono spesso il primo immaginario che viene in mente se si può pensare alle anomalie, proprio perché ha un carattere di comunità e condivisione. Inoltre, le sotto-culture possono e hanno avuto un forte carattere contro-culturale, opposto al modello dominante senza necessariamente la pretesa dell’opposizione, ma il semplice istinto di sostentamento in un clima che è fin dall’inizio ostile alla diversità. Qui infatti si soffermerebbe il terzo punto da me citato prima; tutto ciò che non è parte di un sistema, è ciò che può intaccarlo. L’esclusione dalla normalità mira in primis ai modelli contro-culturali e rivoluzionari, proprio perché sono la più grande minaccia al sistema stesso.

Mi viene in mente, a malincuore, il tema delicatissimo della bontà, poiché oggi, nel sistema “tardo” capitalista, è un valore che pare esistere unicamente nella funzione dell’utile, e non come valore a sé, esistente in quanto umano e presente nel carattere di quasi ogni individuo. La bontà, per esempio, è un atteggiamento che ai nostri giorni rischia di diventare nei suoi gesti qualcosa di rivoluzionario e contro-culturale. Il disinteresse verso gli archetipi e come siamo categorizzati in un sistema (Il nostro “status sociale”) è infatti un fenomeno di decostruzione che, se accompagnato da un sincero interesse verso la bontà, si rivela contro-culturale.

La bontà non è unica, vi sono vari atteggiamenti etichettati come anormali semplicemente perché rompono, nel loro piccolo, un sistema rigido che pretende degli atteggiamenti di base generalmente al consumo. In uno schema ancor più breve, vi è richiesta da parte di un enorme capitale economico di una  popolazione attiva nel consumo, e questo consumo deve essere costante e non solo economico, oltre che ideologico, deve essere un divorare immagini e nozioni che però possano non rompere la macchina del capitale stesso, e perciò fa affidamento sul naturale sentimento di diffidenza verso il diverso arricchendolo con un rigido e disciplinare sistema di “valori”: giusto, ingiusto, utile, inutile, normale, anormale.

La struttura è si auto-realizza escludendo anomalie e procedendo nei sistemi di consumo.

Un altro, esempio perfido di questo sistema è l’anti-intellettualismo che si palesa nelle comunità marginalizzate, dove prolifera la criminalità. Se vi è un archetipo di qualche tipo, che rappresenti il criminale, che rappresenti il povero, allora ve ne è una qualche sorta di opposto, ma è quasi incontemplabile in un sistema che richiede un consumo e funzioni specifiche che vi sia in un individuo un archetipo e delle caratteristiche in contrasto. Spesso il sentimento anti-intellettuale parte proprio dalla difficoltà per chi non è cresciuto in una sfera dove fosse spronata l’educazione, di avvicinarsi ad essa e sentirsi a suo agio nel seguirla. In un certo senso, molte persone provano un sentimento di vergogna e si sentono persino ridicole.

In tal modo, la macchina si riconferma, sarebbe anormale immaginare un criminale che cerca di studiare, subdolamente si mantiene non solo una specie di rigidità degli archetipi e lo status quo.

La macchina capitalista è evidente: non c’è spazio per la comunità e per l’ascolto del prossimo, in quanto ciò ostacola il costante consumo di beni e, tristemente, di idee ed immagini di cui l’individuo singolarmente può avvalersi, per poi successivamente condividerne i frutti con altri. Ciò, solo dopo aver espressamente cambiato e modellato i propri valori e principi in funzione del consumo. Il consumo dei modelli e degli archetipi è necessario ad un qualsivoglia sistema per rinforzare nella collettività una concezione di “possibilità” interne al sistema stesso, quindi l’individuo può immaginare realtà variegate, persino contro-culturali, ma solamente quando immerse ed allineate alla cultura di massa dominante.

L’atteggiamento ingordo per il quale queste sotto-culture vengono divorate e rese integranti alla cultura dominante può apparire come una forma d’integrazione, e a buon senso civico può anche esserlo, ma la macchina del consumo deve, per inibire il potenziale distruttivo di queste sotto-culture, ridurle a qualcosa di simile all’archetipo, quindi qualcosa di contemplabile nel sistema e non dannoso.

Sostanzialmente la normalità è uno dei vari parametri che identificano il tollerabile nel sistema di consumo, e non può che essere un parametro repressivo per quanto implica una rigidità, un’esclusione ed un atto di giudizio verso l’individuo, giudizio che però non tocca solo l’azione singola ma bensì la facoltà e possibilità che un individuo “possa farsi anormale”.

E’ un testo che contiene svariate ripetizioni, però ciò mi è quasi inevitabile perché la normalizzazione è un fenomeno di rigido controllo che non ha termini paralleli, se non forse “regolarizzazione”, che però non trovo, almeno nel parlato comune, pesante quanto il precedente termine. Il secondo infatti, è un termine che tendenzialmente viene utilizzato in riferimento alle consuetudini che vengono appunto “moderate” e che subiscono delle restrizioni e a cui sono concesse delle possibilità di esistenza, dei limiti o l’assenza di essi. Vi è uno scritto, una legge, un dettato o qualcosa su cui ci si possa affidare, tendenzialmente in seguito di un ragionamento, di più persone e persino duraturo negli anni. La normalizzazione è invece un processo che potremmo definire più arbitrario, subdolo, rapido e meno tangibile. Accade infatti più ampiamente e non necessariamente tramite una legge o una forza istituzionale ad esplicitarne il processo, ma avviene e ingloba ogni tipo di fenomeno tollerabile e non.

Tolleranza- perché questo è l’unico atteggiamento di cui è capace il sistema di consumo, per via della propria natura dinamica, famelica, è un sistema che tollera qualcosa affinché possa vestire dell’utile per il capitale, mentre un atteggiamento di accettazione andrebbe oltre il procedimento economico dell’utilità di una “cosa”, la tolleranza ha un’accezione che nel panorama di atteggiamenti ed identità trovo vicina a quella dello “stato d’allerta”.  La tolleranza è quindi, in qualche modo, una forma iniziale dell’accettazione, perché porta con sé una tensione ed un atteggiamento di sufficienza.

Il “tollerato” non è pienamente accettato, è semplicemente lasciato stare, ma è comunque nello stato di tensione di non totale accettazione. Come si può, in un sistema repressivo, che prevede però una repressione della “possibilità di”, riuscire a discostarsi dal sistema? Come si può immaginare degli altri domani?

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