L’aglio

Di Simone Guglielmi.

La solitudine, si sa, è il veleno del nostro secolo. Non è una frase nata da emozioni o sentimentalismi vari: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la mancanza di connessioni sociali aumenta il rischio di mortalità di circa il 30%, in modo paragonabile all’obesità o al fumo. A tal proposito, non nobilmente ma quantomai necessariamente, l’OMS ha istituito la Commissione globale sulla connessione sociale, guidata da Giappone e Stati Uniti, con un obiettivo esplicito: inserire la qualità dei legami umani tra i parametri fondamentali della salute pubblica. È senz’altro una vittoria: è la prima volta che un organismo mondiale riconosce ufficialmente la solitudine come una minaccia collettiva, non più confinata alla sfera psicologica individuale. Nella nostra amata Europa, secondo il sondaggio Eurofound del 2022, il 13% degli adulti europei dichiara di sentirsi solo “la maggior parte del tempo”, e un ulteriore 35% afferma di sentirsi solo “qualche volta”. La solitudine colpisce più duramente i giovani tra i 18 e i 25 anni e gli anziani sopra i 75, ma si estende anche alle fasce adulte e lavorative. A sentirle, le cause sembrano banali: il modello postmoderno di Stato e cultura è solo apparentemente connesso. Poter parlare con persone dall’altra parte del mondo non cambia il fatto che a “vincere” sono le persone apparentemente più individualiste, competitive, produttive e , perché no , paradossalmente anche autosufficienti. È questo a cui ognuno di noi deve puntare: è ciò che abbiamo ottenuto con anni e anni di battaglie e rivoluzioni, no? Non era la libertà per ognuno ciò che volevamo?

 La realtà, però, è differente: ognuno suona come vuole, ma tutti suonano come vuole la libertà, direbbe Giorgio Gaber. Una frase evocativa, certamente, che restituisce un’immagine più nitida e reale della nostra contemporaneità. Il lavoro instabile, la vita urbana, l’iper connessione digitale e la riduzione del tempo libero reale hanno prodotto un’esistenza costantemente e profondamente scollegata. Ultime delle sconfitte, anche questa lapalissiana, la famiglia, la scuola e i luoghi di aggregazione tradizionali hanno perso il loro potere di mediazione sociale. Ora possiamo dialogare direttamente con la libertà: non sempre, però, è lei a voler dialogare con noi. Tutto questo non rende la solitudine un’esperienza circoscritta, fatta di luoghi o ambienti specifici, ma piuttosto un carattere intrinseco della libertà postmoderna. Forse potrebbe essere un problema costitutivo, oltre che fenomenico. Se la situazione è così decadente, come mai non se ne parla? Dove sono gli intellettuali che ne discutono non poeticamente? In alternativa, perché non esiste un’opinione pubblica che, dal basso, faccia partire un’ondata di messa in discussione collettiva sulla questione? Soprattutto, dove sono le istituzioni per noi? Forse dobbiamo essere chiari sulla questione: definire la solitudine come il veleno del XXI secolo non è un’esagerazione giornalistica, è  una descrizione letterale del suo effetto sul corpo sociale.Così come un veleno agisce lentamente, la solitudine penetra nei tessuti invisibili della vita collettiva, indebolendo i legami, riducendo la fiducia, inibendo la cooperazione. Quando le persone si isolano, la società nel suo insieme perde coesione. Un cittadino isolato è meno propenso a partecipare, a fidarsi delle istituzioni, a collaborare con gli altri. E questo, a lungo termine, mina la base stessa della democrazia. La solitudine, dunque, non è solo un problema di salute mentale, ma una questione politica di primaria importanza: riguarda il modo in cui viviamo insieme, il modo in cui siamo produttivi e, di conseguenza, il modo in cui partecipiamo alla vita politica delle nostre istituzioni. Non è un caso che i Paesi che per primi hanno affrontato il tema, come il Regno Unito e il Giappone, abbiano iniziato a farlo dopo crisi profonde: l’aumento dei suicidi, la disgregazione del tessuto sociale, la pandemia di COVID-19. È stato necessario un trauma collettivo perché le istituzioni si rendessero conto che la solitudine è una forma di emergenza pubblica. Se questo modello culturale e individualista è percepito come dato e inevitabile, e se la solitudine è intrinseca ed il fallimento delle relazioni umane moderne è strutturale, allora a maggior ragione è giusto pretendere una risposta da parte della politica. Tutto questo non può e non deve essere lasciato al panneggio delle sfere meramente individuali delle persone: si pretende una risposta pubblica ai problemi collettivi. Storicamente, le istituzioni si sono occupate dei corpi: nutrirli, curarli, educarli, disciplinarli. Oggi devono occuparsi anche dei legami, della salute delle relazioni. Perché se la solitudine diventa una delle principali cause di sofferenza collettiva, ignorarla equivale a lasciare che si eroda la base affettiva della società.

Nel 2018 il Regno Unito è stato il primo Stato a istituire un ministero per la solitudine. Decisone nata da un evento tragico : l’assassinio della deputata jo cox , che prima della sua morte aveva condotto una indagine parlamentare approfondita sul tema del isolamento sociale. La sua intuizione era la più naturale che una persona sveglia socialmente e politicamente potesse avere , trattare questo problema collettivo  in quanto stato. 

É da una consapevolezza del genere che è nata la “Loneliness strategy “. Il governo britannico ha creato un fondo dedicato a progetti locali, ha formato medici e operatori sociali per riconoscere i sintomi dell’isolamento e ha introdotto una misura innovativa, il social prescribing: i medici possono “prescrivere” attività sociali invece di cure farmacologiche, indirizzando i pazienti verso gruppi, corsi, volontariato, o semplicemente, occasioni d’incontro. 

Al di là delle misure in sé questa non resta una vittoria , ma una vera e propria rivoluzione: per la prima volta uno Stato trattava la solitudine come problema collettivo. 

Eppure , dopo anni ecco i crudi e duri dati : Nel Regno Unito, secondo una analisi recente di Campaign to End Loneliness basata su dati dell’Office for National Statistics (ONS), 3,83 milioni di persone dichiarano di essere “cronicamente sole” (“all or most of the time”), un aumento rispetto ai 3,24 milioni del primo anno di pandemia. Correlato: il 7,1% della popolazione UK ora dice di sentirsi spesso o sempre sola, contro il 6,0% all’inizio della pandemia. E ancora Sempre nel Regno Unito, un sondaggio della Mental Health Foundation segnala che il 7% degli adulti si sente “spesso o sempre” solo nel 2022, contro il 6% pre-pandemia, Circa 3,7 milioni di persone. 

Cosa non ha funzionato ? Cosa è accaduto ? Certamente vi è stato il lockdown del 2021 , non ignorabile. Il caso inglese ci mostra una verità più profonda e radicata : la solitudine non si risolve con strumenti tecnici o piani ministeriali. Con questo non intendo contraddirmi andando a dire che la soluzione non debba trovarsi nella politica , ma anzi sostengo ancora più fervidamente che debba radicarsi in essa, ma con un lavoro di stampo culturale di lungo periodo.

Significa introdurre il tema nel dibattito pubblico, nella scuola, nei media, nella politica stessa. Perché se la solitudine è un prodotto della nostra organizzazione sociale, allora l’antidoto non può essere individuale.

L’utopia dunque non é fare qualcosa per i soli, ma creare una società che non produca solitudine come condizione normale. Questo significa tante cose: politiche urbane che ricreino luoghi d’incontro; un sistema educativo che coltivi empatia, collaborazione, e non solo competizione; un mondo del lavoro che lasci spazio al tempo umano e alle relazioni. Significa, in fondo, rimettere la cura al centro della vita collettiva, non come valore privato, ma come principio politico. Quando la solitudine diventa argomento di dibattito pubblico, non un sintomo da gestire, ma una lente attraverso cui leggere l’intera organizzazione sociale — allora lo Stato può davvero fare qualcosa per noi. Non solo fondi, non solo numeri, ma una presa di coscienza collettiva: la connessione tra le persone non è un lusso, ma la condizione minima per qualsiasi forma di umanità condivisa.

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