Nelle società che, come un masso, si sono portate dietro la cultura latina, glorificandola e conservandola avidamente come un vecchio cimelio di famiglia, il ruolo dell’intellettuale non è riconosciuto per meriti empirici, ma si fonda su una percezione collettiva. Per questo, quando una figura pubblica, priva di formazione adeguata e con un background errato, ottiene tale riconoscimento, non dovendo più dimostrare nulla, si culla in esso come in una nobiltà acquisita.
Nel “nostro” sistema mediatico, rassicurante e polarizzante, ciò ha portato all’emergere di personaggi che si ritrovano a parlare di qualunque cosa, venendo elevati a grandi pensatori.
La categoria che più ha subito questa inflazione è quella dei giornalisti: negli ultimi cinquant’anni, alcuni – capaci di sfruttare la polarizzazione mediatica e la decadenza politica di questo Paese – sono stati elevati al ruolo di opinion leader. Ormai sempre più spesso, il giornalismo non si limita a presentare i fatti – influenzato, com’è naturale, dalla visione personale del giornalista (diffidate da chi dichiara di essere oggettivo e super partes) – ma si prodiga anche nello spiegare cosa tali fatti implichino e da cosa derivino.
Così, un mondo complesso come quello islamico – estremamente differenziato sia geograficamente, estendendosi su tre continenti in modo contiguo, sia culturalmente, imponendosi in contesti diversissimi da quello d’origine – viene ridotto a un unico grande blocco, la cui ragion d’essere sembrerebbe essere la caduta dell’Occidente. Si alimentano così l’islamofobia e il giustificazionismo rispetto a ciò che sta accadendo a Gaza.
Sulla stessa scia si analizzano attori internazionali complessi come se fossero entità monolitiche: basta fare la “biografia” – più che la storia – di un Paese per ritenere di conoscerlo e capirlo, trasformando presente e passato in un miscuglio informe.
L’Iran e l’impero achemenide (l’impero di Ciro e Serse, quello della battaglia delle Termopili e caduto per mano di Alessandro Magno) diventano del tutto sovrapponibili. Anzi, chiamare la Repubblica Islamica dell’Iran con il nome di Persia fa sbocciare nello sguardo di questi “esperti” un tale appagamento che, se non abbassasse il livello del dibattito a quello delle scimmie, mi renderebbe quasi contento per loro.
Ora, questo mio astio appena presentato non deve essere scambiato per un attacco a un’intera categoria: non tutti i giornalisti sono così. Alcuni rimangono fedeli al ruolo ancestrale che la società ha affidato loro.
Quello che non sopporto è l’opinionismo fine a sé stesso, enunciato – più che esposto – come un postulato.
L’opinionismo è un aspetto importantissimo del dibattito pubblico: permette allo spettatore, nei talk-show, di trovare una figura affine al proprio pensiero e alla propria visione del mondo, aiutandolo non in maniera paternalistica, ma stimolando un confronto che lo metta in discussione, lo aiuti a cambiare ed evolversi. Una figura, quindi, sì pedagogica, ma che non susciti astio o invidia nel cittadino comune.
Ma, ahimè, se esiste tale figura, deve necessariamente esistere un’altra che le sia opposta: una figura deputata a dirimere i dubbi dell’opinionista e dello spettatore, ovvero l’intellettuale.
Ora, con questa figura io non dovrei avere alcun tipo di problema: seguendo la logica appena delineata, la mia lamentela nasce proprio dal fatto che ai giornalisti viene affidato un compito che spetterebbe invece agli intellettuali, ma le cose non sono così semplici, questa categoria ha subito un processo simile, che non ne eleva la posizione, ma ne espande i campi d’interesse.
Un intellettuale è quella persona che possiede la formazione e il background necessari per analizzare un argomento in modo corretto e soddisfacente, e che ha le sue opinioni politiche sfruttate non per piegare i fatti, ma per indirizzare meglio i suoi studi. Ma quando, in questo spazio, si insinua una categoria meno formata e meno pronta, che usa la propria visione politica per spiegare i fatti, l’intellettuale non viene più interrogato solo sul proprio campo: si trasforma in un tuttologo.
Ed ecco che, nei talk-show, economisti vengono interrogati su temi di una varietà e complessità tale che neppure un esperto del settore potrebbe affrontare in modo adeguato nei tempi televisivi, con il risultato che finiscono per dire castronerie.
Certo, la visione di un filosofo sulle rotte migratorie sarà probabilmente più interessante – se non più corretta – della mia, ma in questo modo l’intellettuale perde il proprio ruolo sacrale, impostogli dal retaggio latino.
Non si distanzia troppo dal giornalismo in termini di complessità d’opinione e lucidità d’analisi, col problema, però, di risultare affine alla visione politica di un partito, elevandola agli occhi dell’elettorato e diventandone un semplice testimonial strumentalizzato. Non viene più ascoltato per il suo vero campo e rischia di essere scartato una volta che il suo tempo finisce o che la sua opinione non rientri più nell’interesse politico.
Il senso di decadenza percepito del dibattito politico contemporaneo è figlio diretto di questo contesto.
L’avere solo persone che esprimono le loro opinioni non come opinionisti, ma come intellettuali, in un contesto internazionale – con l’arrivo degli anni ’20 – destinato a peggiorare anno dopo anno, rende ancora più polarizzata la politica. E se a questo uniamo anche i social, che decontestualizzano il “nemico” politico chiudendoci nelle nostre bolle, il senso di decadenza non è più un’impressione, ma un fatto accertato.
Quindi, questo articolo — se mi posso arrogare il diritto di definirlo tale — nasce proprio per esporre la mia posizione sull’unico aspetto su cui si può intervenire direttamente.
Separare le carriere – per usare un termine caro alla maggioranza – non deve essere solo un passo indietro da parte dei giornalisti assunti a intellettuali o degli intellettuali tuttologi, ma dev’essere una pretesa del pubblico stesso.
Siamo anche noi colpevoli: colpevoli di non voler ragionare, ma di volere risposte e non dubbi; di pretendere di sapere, anche se non sappiamo nulla; di non metterci mai in discussione.
Dobbiamo essere noi a porci come primo argine alla polarizzazione e al populismo, tutti insieme – non criticando le opinioni politiche, ma i metodi e gli assunti logici.
Perché anche l’opinione migliore, con metodi sbagliati, diventa sbagliata.

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